Intervista a Roberta Rolle di Camiceria Artigiana Carmen: attraverso le sue parole, ripercorriamo il suo percorso personale, le origini dell’azienda, i valori dell’artigianato e della qualità.

Chi sei e cosa fai? Raccontaci un po’ di te…

Mi chiamo Roberta Rolle e sono la titolare della Camiceria Artigiana Carmen, una realtà sartoriale nel centro di Torino specializzata nella realizzazione di camicie esclusivamente su misura da oltre cinquant’anni. La camiceria nasce grazie a mia madre, Carmen, che aprì il primo piccolo negozio in periferia quando io avevo appena tre anni. Il laboratorio è sempre stato parte della mia vita quotidiana: giocavo con le vecchie macchine da cucire a pedale e utilizzavo gli scampoli di tessuto per creare piccoli patchwork. Ho sempre avuto una creatività molto spontanea, che è cresciuta lì dentro. Successivamente mi sono diplomata all’Istituto Statale d’Arte per il Disegno di Moda e Costume di Torino. All’epoca era una scuola molto completa: c’erano le materie tradizionali — italiano, chimica, matematica, disegno — ma anche tanto taglio e cucito e tanta, tantissima storia dell’arte. Lì ho imparato a costruire abiti storici partendo addirittura dalla stampa dei tessuti o dalla lavorazione del legno per ricreare antiche scarpe, oppure smontando e rivestendo vecchi ombrelli acquistati a Porta Palazzo. Era una formazione molto concreta, fatta con professori preparati, che mi ha insegnato fin da giovane il valore del lavoro fatto bene, con pazienza e rispetto per i materiali. Oggi porto avanti questa attività con lo stesso spirito con cui è nata: realizzare capi destinati a durare nel tempo e ad accompagnare davvero la persona che li indossa. Accanto al lavoro c’è anche la mia vita privata: convivo da venticinque anni con il mio compagno e i nostri due figli. Mi divido ogni giorno tra una fitta attività lavorativa e una vita familiare altrettanto intensa.

Come nasce Camiceria Carmen? Chi è Carmen e qual è l’idea che vi ha guidato sin dall’inizio?

La camiceria nasce cinquantuno anni fa grazie a mia madre, Carmen. Aveva solo quattordici anni quando ha iniziato a imparare il mestiere in un piccolo laboratorio. Dopo varie esperienze, a ventisette anni ha deciso di mettersi in proprio, con un’idea molto semplice: fare camicie di altissima qualità. All’inizio lavorava quasi solo con una clientela locale, poi nel tempo il passaparola ha fatto il resto, portando clienti da tutta Italia e anche dall’estero. L’idea che ci ha guidato è rimasta sempre la stessa: mettere la qualità prima di tutto. Nei tessuti, nella costruzione e nel rapporto con il cliente. Rimanere sul su misura, oggi, può sembrare controcorrente, ma è esattamente quello che ci ha permesso di distinguerci.

50 anni di eccellenza: quali sono i punti di forza che vi hanno portato fino ad oggi?

Credo che i nostri punti di forza siano tre. Il primo è la continuità: lavoriamo ancora oggi con le stesse logiche artigianali di un tempo, dalla decatizzazione dei tessuti alla costruzione del cartamodello personale, fino ai bottoni attaccati a mano. Il secondo è la competenza tecnica. In una camicia su misura ogni dettaglio ha un senso: niente è casuale. Il terzo è il rapporto con il cliente. Una camicia non nasce da un catalogo, ma da un dialogo. Bisogna capire come una persona vive, si muove, lavora. Solo così il capo diventa davvero suo.

Cosa significa per te essere una realtà artigiana?

Significa assumersi la responsabilità di quello che si fa. Ogni capo porta il nostro nome. Significa anche lavorare con tempi diversi rispetto all’industria: tempi che ti permettono di controllare tutto e, se serve, correggere. Per me l’artigianato è questo: cercare di fare le cose sempre meglio, ogni giorno.

Quali influenze – culturali, artistiche o personali – plasmano la tua visione estetica?

Ci sono diverse influenze. Sicuramente la tradizione sartoriale italiana, con quell’equilibrio tra eleganza e naturalezza. Poi il design e l’architettura, soprattutto per il tema delle proporzioni e dei materiali. Una camicia fatta bene, per me, deve avere la stessa logica di un oggetto ben progettato: niente di superfluo, tutto ha una funzione. C’è anche tanto amore per il bello, che credo venga dal mio essere italiana e dagli studi di storia dell’arte. E poi un passaggio importante: ho iniziato come art director in una piccola agenzia pubblicitaria. Non sono entrata subito in laboratorio e questo mi ha dato un’estetica più contemporanea e una buona familiarità con il digitale. A tutto questo si aggiunge la curiosità, che è quella che mi porta ancora oggi a cercare e sperimentare.

Tu sei una tecnica molto preparata: dalla selezione del tessuto alla confezione, quali sono i passaggi fondamentali?

Si parte sempre dal tessuto, che determina gran parte del risultato finale. Poi c’è il dialogo con il cliente: è fondamentale per capire cosa consigliargli davvero, in base alla sua vita quotidiana. La presa misure è molto dettagliata: non si misura solo il corpo, ma si osserva la postura e il modo di muoversi. Segue il taglio e poi la costruzione della camicia, fino alle finiture. Ogni capo è una piccola sfida: bisogna valorizzare la persona e allo stesso tempo garantire comfort. Io non amo la camicia troppo stretta, deve accompagnare, non costringere. Non tutto deve essere fatto a mano. Per durare nel tempo, una camicia ha bisogno di cuciture a macchina fatte bene. Però ci sono passaggi manuali che fanno la differenza: le asole, i bottoni, le tele senza adesivi. Sono questi i dettagli che contano davvero.

Come comunichi il valore di un capo di alta qualità in un’epoca dominata dall’immagine veloce e dai social media? Raccontando il processo. Oggi tutto è veloce, noi invece lavoriamo sulla lentezza. Far vedere cosa c’è dietro un capo aiuta a capire il suo valore. Quando i clienti entrano in laboratorio restano spesso sorpresi: tutto nasce davvero lì, sotto i loro occhi. I social funzionano se vengono usati per raccontare, non solo per mostrare.

Quali sono i tuoi tessuti preferiti e perché?

La soddisfazione più grande è quando un cliente torna dopo anni e ti chiede lo stesso tessuto. Io scelgo i tessuti pensando proprio a questo. Mi piace studiarli, capirli, toccarli. Non solo per come sono al tatto, ma per come sono costruiti. Prima di proporli li provo sempre: voglio capire come reagiscono ai lavaggi, alla stiratura, all’uso. Da sempre utilizziamo tessuti Canclini e Grandi & Rubinelli. Tra quelli che apprezzo di più c’è il Tudorlino di Canclini, un lino-cotone molto fresco, piacevole sulla pelle e con una durata davvero interessante. Per l’inverno invece trovo molto bello il cotone flanellato Teddy di Grandi & Rubinelli, che ha una mano morbida, una bella tenuta compatta ed è caldo e soffice. Un grande tessuto lo riconosci nel tempo: da come cade, da come invecchia, da come migliora.

Il cliente contemporaneo è più informato e selettivo: che tipo di clientela cerca il tuo prodotto?

È spesso una persona che ha già provato capi di qualità e vuole qualcosa di più personale. Oppure qualcuno che ha esigenze particolari, o semplicemente chi vuole indossare tessuti belli sulla pelle. Molti sono professionisti, ma arrivano anche persone giovani, che cercano qualcosa che duri nel tempo. È curioso anche vedere come alcuni clienti arrivino da noi tramite strumenti digitali come ChatGPT, anche dall’estero. Oggi le persone trovano tante informazioni online, ma non sempre sono corrette. A volte si dà importanza a lavorazioni manuali che sono più folklore che reale qualità. Per questo il dialogo resta fondamentale.

Casual Moment – Sei una appassionata di Home Design: raccontaci un po’… Sì, l’architettura mi è sempre piaciuta moltissimo. Se a diciotto anni avessi avuto più sicurezza, o magari più capacità matematiche — credo di essere discalculica 🙂 — forse avrei preso quella strada. In realtà moda e architettura hanno molto in comune: materiali, volumi, proporzioni. Con il mio compagno mi sono divertita negli anni a sperimentare materiali diversi per creare oggetti per la casa, come lampade e quadri. Recentemente ho anche ottenuto un brevetto per un nuovo capo, molto tecnico e in un certo senso anche “architettonico” … ma ne parlerò meglio più avanti.